9 settembre 2013

Sindrome 'costa crociere', questi dilettanti.


Due settimane fa sono rientrata dalle ferie, ormai l’avete capito tutti.

Mi ci è voluto un po’ per riprendermi ed accettare il mio stato di ritorno alla vita reale…ho passato la prima settimana, facciamo anche dieci giorni, a combattere contro la ormai famosa sindrome COSTA CROCIERE, o chiamatela come vi pare, sindrome da rientro, sindrome del terrone….ci sono moltissimi nomi per questa malattia che colpisce buona parte delle persone che conosco al rientro da un periodo di ferie, soprattutto se le persone in questione rientrano in un luogo che non è casa loro  ne mai lo sarà.
Questa sindrome non solo esiste ma dovrebbe essere riconosciuta dall’albo dei medici come grave disagio o invalidità momentanea al 100%.

Questo post è per spiegare a tutti quelli che non possono vivere questo stato d’animo cosa si prova, perché ad esempio, il collega bolognese che mi dice di essere spossato a causa della fine delle vacanze non c’ha capito un cazzo. 
Tu che vedi settembre solo come il rientro in ufficio, tu che lavori nel luogo in cui sei nato, dove hai i tuoi affetti e dove mangi la mortadella che mangiavi da cinno, bhe proprio tu fortunello che hai il lavoro a due km da casa, non hai nulla a che vedere con noi, noi che viviamo il rientro come un parto, noi che ogni estate e ogni capodanno vorremmo incatenarci al comune di residenza (io personalmente vorrei incatenarmi a una delle palme di piazza del Popolo, i Manfredoniani lettori capiranno).

Questa sindrome è una roba che per capirci devi prendere la peggiore sindrome premestruale, moltiplicarla per il dolore di un ascesso dentale, elevarla alla potenza della frustrazione di una dieta di un anno senza risultati e di nuovo moltiplicarla per il rodimento di un campionato del mondo di calcio perso all’ultimo rigore.(CIT.) Una roba così ma forse ci sarebbe da sommare ancora qualcosa… ci penso e vi faccio sapere.

Ci sono delle fasi con cui questo disagio si manifesta, come tutte le malattie, si parte in maniera blanda e subdola, si ha un picco che anche Freud non saprebbe come gestire e si ritorna quasi normale , anche se il virus c’è sempre, è latente e bastardo e quando meno ci pensi ritorna a colpire, basta una foto, basta una canzone alla radio, basta tua mamma che ti dice cha ha cucinato il sugo con le polpette di pane (questa per me provoca una ricaduta che mi stende tre giorni).

Resta il fatto che finché ci sarà una Sindrome da Rientro così acuta, significherà che casa sarà ancora casa, stracolma d’amore, irrinunciabile, proprio così, semplice com’è.



Come la passeggiata in piazzetta a mezzanotte. 
Come il truccarsi con la selezione musicale di mio fratello. 
Come il panzerotto di Monte che se non fai un’ora di fila non ha lo stesso sapore. 
Come le peroni smezzate a Villa Simone. 
Come il treno perso il 17 agosto.
Come le tredici stelle cadenti che abbiamo visto assieme.
Come la pizza di Grasso. 
Come l’abbraccio di Fra.
Come le guance che fanno male dal ridere.
Come le occhiate di mia madre.
Come le lacrime di gioia per notizie inaspettate.
Come vedere l’alba che spunta ad est dal Gargano,  trascinarsi a letto come uno zombie e il giorno dopo a mezzogiorno essere in spiaggia e ricominciare.

Di nuovo. 
Assieme.

2 settembre 2013

September morn






Poi arriva.

Settembre.

Togli un attimo lo sguardo dai granelli di sabbia che ti sono rimasti tra le valigie ed è qui con te.
E sai che rappresenterà un nuovo inizio, un ricominciare silenzioso dove già si era.

Fosse per me farei iniziare l’anno con questo mese, iniziare con la brezza fresca che spazza via l’estate e ti rimette a contatto con la realtà, con ciò che devi essere e che nei mesi precedenti hai potuto lasciare in ufficio.

Te lo immagini un capodanno il primo settembre?

Te lo immagini un anno che inizia con le foglie che ingialliscono e termina con il sole sulla pelle?

E’ come una promessa settembre, è il bilico tra la voglia di quello che era e il timore di quello che sarà.

Ricominciamo.

Con la luce calda di questi giorni, che non è invadente ma ti avvolge ancora.
Con la pelle ancora abbronzata da quello sfacciato di agosto.
Coi pensieri forse più leggeri perché rinfrescati dalle onde degli ultimi mesi.


Buon inizio a tutti.
M.

30 maggio 2013

The Great sometimes is not enough




Sono andata a vedere il grande Gatsby.
Per farmi un'idea mia.
Il romanzo non l'ho letto, ma adesso è in cima alla lista delle cose da fare.
Per quello che è arrivato a me, l'idea è che siamo circondati da gente vuota e egoista. 
E che anche le persone che crediamo di conoscere e che arriviamo ad amare possono rivelarsi nella loro meschinità e grettezza quando meno ce l'aspettiamo.
Credevo di essere forte ma alla fine ho pianto. E mi sono in un certo senso liberata.
Povero Gatsby ti capisco. C'è gente per cui nulla sarà mai abbastanza. Non importa quanto ami, non importa  cosa fai per loro, quanto ti dai...nulla è abbastanza. Calpestano e fuggono. Ignorano e lasciano i cocci a chi resta.
Btw mi sa che a Di Caprio l'oscar non lo danno manco stavolta. Peccato perché in questo film è eccezionale.


"...E mentre meditavo sull'antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all'estremità del molo di Daisy. 
Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. 
Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. 
Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. 
C'è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia... e una bella mattina... 
Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato."

16 maggio 2013

Déjà vu


Quando di un antico passato non sussiste 
niente, dopo la morte degli esseri, dopo la 
distruzione delle cose, soli, più fragili ma più 
intensi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, 
l’odore e il sapore restano ancora a lungo, come 
anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla 
rovina di tutto il resto, a reggere, senza piegarsi, 
sulla loro gocciolina quasi impalpabile, l’immenso 
edificio del ricordo. 
Marcel Proust 




Parafrasando in maniera brutale : quanto è molesta la memoria olfattiva?

Quanto ti punge il cervello quella sensazione di un profumo già vissuto, di un odore che ti urla, con una faccia ben precisa, che non importa quante foto tu abbia strappato, che non importa quanti messaggi tu abbia cancellato dal tuo telefonino, il ricordo, quel ricordo, è vivo e vero ed aspettava solo che tu sbattessi contro quella scia profumata per travolgerti.

Non è detto che ti riporti alla mente solo pensieri negativi, mi capita mille volte di avere la sensazione di essere in un altro posto in un’altra età, e a volte riconosco un odore ma non riesco a collegarlo ad un momento preciso, mi viene alla mente uno stato d’animo più che un ricordo.

L’associare un odore ad uno stato d’animo perché quando eri circondato da quel profumo stavi vivendo un momento particolare, e quel profumo ti risveglia un’emozione che ti sembra fuori luogo ma che era nascosta in te.

L’odore del fructise per capelli ricci mi fa ridere.
One di Calvin Klein mi ricorda mia cugina Micol.
L’odore di gelsomino mi riporta all’infanzia in campagna.
L’odore degli shortbreads mi teletrasporta a Nottingham 2004.

Sono mille, e a volte non riesci ad attribuirgli un percorso…sai solo che è un terribile-fantastico dèjà vu.

Capita anche a voi?
Ogni tanto vi si apre un cassetto disordinato a causa di un profumo?

M.

10 maggio 2013

Voglio fare con te quello che gli scarichi dell'ILVA fanno con le cozze.

Questo è il mio personale pensiero da qualche giorno.
Pero' perchè non godersi l'originale di Neruda... da qualche parte, con la primavera i ciliegi staranno davvero fiorendo :)

Juegas todos los días con la luz del universo.
Sutil visitadora, llegas en la flor y en el agua.
Eres más que esta blanca cabecita que aprieto
como un racimo entre mis manos cada día.
A nadie te pareces desde que yo te amo.
Déjame tenderte entre guirnaldas amarillas.
Quién escribe tu nombre con letras de humo entre las estrellas del sur?
Ah déjame recordarte cómo eras entonces, cuando aún no existías.
Mis palabras llovieron sobre ti acariciándote.
Amé desde hace tiempo tu cuerpo de nácar soleado.
Hasta te creo dueña del universo.
Te traeré de las montañas flores alegres, copihues,
avellanas oscuras, y cestas silvestres de besos.
Quiero hacer contigo
lo que la primavera hace con los cerezos.

Pablo Neruda



I veri addii





9 aprile 2013

A partir de hoy









A partir de hoy
voy a amarte con silencios,
provocando ausencias
y inventando distancias;
Desde hoy voy a amarte sin poemas,
con muy pocas acciones
y escasas palabras…
a partire de hoy voy a amarte asì,
como tu me amas.





2 aprile 2013

Sindrome delle scale




Non so perché ma ultimamente mi capita spesso di essere colpita dalla sindrome delle scale.

Dal dizionario Manuela – italiano (non so il nome scientifico, se c’è, qual è) : sindrome che ti colpisce quando una risposta arguta e brillante a qualche critica/offesa che ti viene mossa in un battibecco o una discussione, non ti viene in mente appena qualcuno ti attacca ma solo dopo qualche minuto o ora, quando ormai hai messo il cappotto e stai andando via, per l’appunto sei per le scale, e il tuo nemico è a bere champagne alla faccia tua.

E ti vorresti mangiare la lingua perché nel momento del fattaccio l’unica cosa che hai saputo fare è stato abbozzare un sorriso e guardare con gli occhi da pesce palla la controparte, Il simpaticone o la simpaticona che con un’abile infamata velata di casualità ti ha distrutto l’autostima in tre decimi di secondo.

E mentre desideravi ardentemente che il terreno si aprisse e inghiottisse l’ignobile essere sputasentenze la tua lingua e il criceto che abita nel tuo cervello erano in ferie. Nada. Encefalogramma piatto.

Ed eccola sulle scale quella frase, quella arguzia che l’avrebbe lasciato così, BEEEEM, cazzotto nello stomaco, ciao, KO, ci rivediamo quando ti riprendi baby, tante care cose, saluti a casa.
Quella risposta mitica, sveltissima, intelligente e furba che ti arriva in differita, quando ormai puoi solo ripeterla davanti allo specchio con annesse smorfie vittoriose.

Invece hai fatto una figura di merda. 
Da “babba” come direbbero a Milano. E hai dato ad uno stronzo in più la possibilità di accrescere il suo ego, di maltrattare impunemente il prossimo (in questo caso te).

La gente a volte è stronza e cattiva, ha vite piccole e vuote e si sente meglio sputando sentenze,  affrettando giudizi e critiche, e anche da chi meno te l’aspetti la pugnalata arriva. Bisogna stare sempre all’erta, mai mostrare il fianco scoperto al nemico armato di katana.

Attaccare per primi. Essere furbi e guardinghi.

Offendere gratuitamente. Mettere tutti al posto loro dimostrando di superarli in dialettica e stronzaggine.

Pare sia questo lo sport nazionale.

Un tempo mi veniva bene, le amiche si rivolgevano a me per consulti su insulti e non mi tiravo mai indietro, sistemavamo tutti, ne avevamo per chiunque…adesso ci riesco solo per le minchiate. 
Quando mi attaccano sulle cose serie in modo gratuito resto di pietra a chiedermi che tipo di problema ha il mio interlocutore , invece di sganciargli un sinistro sugli incisivi.
Lascio correre. Evito di abbassarmi. A volte non mi viene proprio in mente nulla da rispondere...solo smarrimento davanti a tanta meschinità gratuita.
Poi pero' torno a casa e mi dico che dare queste soddisfazioni anche a gente piccola piccola non si può. Non è sano.

Sarà mica il rammollimento tipico della vecchiaia?
Succede anche a voi?

L’unica soluzione sarà mica aspettarli nell’androne del condominio?

M.

27 marzo 2013

Primo amore



Si vorrebbe sempre essere: essere stati, mai. 

E ci ripugna di non poter vivere contemporaneamente in due luoghi, quando e l’uno e l’altro vivono nel nostro pensiero, anzi nel nostro sistema nervoso: nel nostro corpo… possiamo infatti metterci in viaggio. 

Ma mentre la meta si avvicina e diventa reale, il luogo di partenza si allontana e sostituisce la meta nell’irrealtà dei ricordi; guadagnamo una, e perdiamo l’altro. La lontananza è in noi, vera condizione umana… Laggiù si sognava la patria, come dalla patria si sogna l’estero. 

Ma il primo grande viaggio lascia nei giovani, di qualunque levatura e sensibilità, un dissidio che le abitudini non possono comporre; precisa l’idea degli oceani, dei porti, dei distacchi; 
crea quasi, nella mente, una nuova forma, una nuova categoria: la categoria della lontananza; la considerazione, ormai, di tutte le terre lontane. 

È forse un vizio.

 Chi è stato in Cina vorrebbe provare l’Argentina, il Transvaal, l’Alaska. Chi è stato al Messico si commuove anche quando sente parlare dell’India, dell’Australia, della Cina. 
Questi nomi, una volta al più colorate e melanconiche geografie, sono ora possibili, reali, affascinanti. 

Chi ha provato la lontananza difficilmente ne perde il gusto. Il primo viaggio, la prima sera che il novo-peregrin è in cammino, nasce la nostalgia, per sempre.

 Ed è il desiderio di tornare non soltanto in patria; ma dappertutto: dove si è stati e dove non si è stati. 
Due grandi direzioni si alternano: verso casa, verso fuori… Non capisce, forse, non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre.

M. Soldati

26 marzo 2013

Millisecondi


E’ capitato a tutti.

Mandi un SMS, un messaggino carino su WhatsApp e aspetti. Fai finta di essere preso da altro, ti metti a lavorare, chiacchieri col collega, se sei a casa ti butti in doccia e lasci il balsamo in posa meno dei 5 minuti previsti perché devi correre al telefono, perché devi controllare che la tanto anelata risposta sia giunta.

Poi la risposta non c’è ed hai pure i capelli crespi.

Oppure se la risposta c’è è sicuramente qualcuno che rompe le balle. Mai chi speravi che fosse.

Non abbiamo più l’età per cui possiamo misurare l’interesse degli altri nei nostri confronti in base ai millisecondi di risposta ad un messaggino… eppure è quello che facciamo, come i quindicenni.

E anche se ti ho scritto una cavolata, un banalissimo “come stai?” che sottende un ben più profondo “bruttostronzocheogginonmihaicagatavedichemitoccafaretidevocagareiocavoliquantomimanchi”, muovi quelle dita e rispondimi.

Come quando ti chiamo per chiederti se ho lasciato da te l’elastico dei capelli grigio (si proprio lui, quello senza il quale è impossibile sopravvivere!!), oppure quando ti scrivo una mail per chiederti se il 101 ferma in autostazione (ti scrivo una mail e non posso controllare su internet le sue fermate, mi pare ovvio!!).

Come puoi non capire quello che c’è dietro ad un messaggio finto casuale, come si può ignorare l’urlo che dice chiaramente che anche se oggi corre veloce e  tu non hai tempo, e i libri ti assalgono e chissà che mangi a pranzo io sono qui e penso a te.

E devo dirtelo.
Devo fartelo capire che ci sono e che voglio fare parte della tua giornata.
Anche con una cavolata.
Anche mandandoti un link senza commenti ad una canzone stupida.
Anche inviandoti un cuore su WhatsApp senza altre parole da aggiungere.

Ed è brutto fare proporzioni poco romantiche e tanto ingegneristiche sui tempi di risposta alle nostre email e quello che viviamo…però la morsa allo stomaco viene a tutti dopo 5 minuti di silenzio, no?
Panico, ansia, chissà che sta facendo, lo sapevo che quella stronza ci provava, questa è la volta buona che ti mando a cagare.

Cazzo rispondi.

Anche perché io in bilico sul 36 con due buste della Coop a fare da contrappeso, il borsone della pallavolo e i tacchi riesco ad estrarre il telefono dalla borsa e rispondere a te che mi chiami perché non sai accendere il forno.
Dopo che ti ho spiegato solo 15 volte come fare.

25 marzo 2013

Waiting to be transcended






Sixsmith, salgo i gradini dello Scott Monument ogni mattina, e tutto diventa chiaro. 
Vorrei poterti far vedere tutta questa luminosità... non preoccuparti, va tutto bene, va tutto così perfettamente maledettamente bene. 
Capisco ora che i confini tra rumore e suono sono convenzioni. 
Tutti i confini sono convenzioni, in attesa di essere superate
si può superare qualunque convenzione, solo se prima si può concepire di poterlo fare.
In momenti come questi, sento chiaramente battere il tuo cuore come sento il mio, e so che la separazione è un’illusione. 
La mia vita si estende ben oltre i limiti di me stesso.

R.F. Cloud Atlas

18 marzo 2013

Io, Biancaneve e Freddy Krueger



Hai presente quando non riesci a fare nulla, la testa è annebbiata, sbiascichi delle parole sperando che la gente attorno a te ti comprenda, ridi come un ebete pensando a chissà che momento del passato, hai gli occhi a cuoricino, compri cioccolata per i colleghi che ti sono sempre stati sulle palle, fai favori a destra e manca, organizzi cene dove cucini per mille persone e ridi tanto tanto e non capisci manco cosa ti sta accadendo?

E hai presente quando sei incazzata come una iena (che poi saranno così incazzate ste iene, ridono sempre), dai la scossa a tutti, rispondi male agli ambulanti per strada, un ragno ti punge e muore avvelenato, il tuo capo non osa parlarti perché teme il tuo furore, la tua coinquilina si chiude a chiave in camera quando ti sente tornare per evitare di finire a pezzetti nel pattume, manco tu fossi Hannibal Lecter?

Questa sono io da due settimane. Facciamo anche un mese và. Anzi due.

Il problema è che l’alternarsi dei due mostri non è settimanale / mensile,  è così repentino da destabilizzare tutti quelli attorno a me. La mattina mi sveglio Madre Teresa di Calcutta, alle 11 sono Jack lo squartatore. A pranzo faccio sembrare Biancaneve una stronza, al caffè la santa inquisizione mi fa un baffo.
Per non parlare dei pomeriggi interminabili al lavoro davanti ad un pc dove gli sbalzi sono così veloci da non riuscire manco a manifestarsi appieno. Il mio collega ha davvero paura di me, glielo leggo negli occhi.

E’ tutto incomprensibile e rapido. Come la neve che cade oggi. Come i 20 gradi che c’erano ieri. E sarà l’essere meteoropatica che non aiuta ma non ci sto capendo niente.

O forse si, qualcosa sto capendo ma faccio finta di essere sorda-cieca-muta per far passare il momento, per dire a me stessa che non può accadermi di nuovo che è come se fosse la prima volta, che la primavera non può  rincoglionirmi a questo modo, e che ormai sono vecchia per poter avere le paturnie pensando a te.

E invece l’unica cosa che vorrei fare è stare accoccolata nel tuo abbraccio sul mio divano, cucinare per te quelle cose che non hai mai assaggiato, mettere le mani nei tuoi capelli e sussurrarti che oggi non è male, ma domani sarà meglio.
E che se casa è lontana, se le sfighe ti perseguitano, se l’italiano non aiuta la soluzione la si può trovare assieme, io ci sono e nel mio piccolo posso darti tutto quello che ti serve ora ed anche quello che non ti serve.

Perché lo so.

Perché c’è chimica.

Perché quando c’è lo sciopero degli autobus penso a come avrai fatto a raggiungere la facoltà in tempo, mentre io arrivo in ritardo a lavoro.

Perché mi piaci in quel modo che è da bambina di 5 anni, ma che male c’è a farsi piacere qualcuno così?

Perché mi ricordo i tuoi occhi su di me quando quella sera mi hai detto che ero bellissima e che tutti mi guardavano, con un lampo di gelosia. E poi abbiamo litigato.

Perché se dormo 4 ore a notte perché parlo al telefono con te la mattina mi sveglio sorridendo.

Perché quando mi rimproveri per una stronzata che ho fatto abbasso le orecchie e scodinzolo.

Perché farmi un’ora di autobus per vederti 5 minuti non mi pesa.

Perché stare tre ore davanti ai fornelli per cucinare cose complicatissime per te è pura gioia.

Perché mi hai detto che quando uno è innamorato fa cose stupide, e non deve reprimerle.

E anche se non so cos’è che voglio, e se tu vuoi, e se è fattibile, e se è amicizia, forse meno, forse più , quando sto con te scordo tutto.

Quindi questo altalenarsi di mostri che coabitano nel condominio che ospito nella mia testa continuerà a farsi vivo, ad affacciarsi dai miei occhi, affinché  tu lo possa vedere,  facendosi vedere anche dagli altri che magari non gradiscono/capiscono ma non riesco a fermarlo.

E posso dare la colpa al meteo, alla primavera, al lavoro, alle cazzate e alle cose serie che ogni giorno mi capitano e mi danno da lavorare, da chiudere gli occhi, da rimuginare,  ma so che una buona parte delle mie paturnie deriva da questo senso di incertezza, da questo dubbio che mi tiene sveglia la notte e che riguarda te.

In questo momento chiudo il post e sono tutta in love.
Non provate a chiamarmi fra cinque minuti, potrebbe rispondervi il mio amico Freddy Krueger.

M.

4 marzo 2013

E' come


E’ come quando sei perso in un posto dove vivi da tempo, e ti dirigi verso una direzione perché sai che dopo poco apparirà quell’insegna, quell’angolo che hai già visto, quell’edificio che non ti è mai piaciuto perché è così moderno e pieno di ferro, e non si intona all’isolato ma che ti spiana la strada verso casa.

E’ come quando vedi quella foglia rossa d’autunno sul tergicristalli di un’auto scassata, e ti ricordi di quel  fine settimana  nel sud della Francia, che si era in tanti e si rideva e si beveva vino, mentre novembre entrava fregandosene delle porte e le parole si mescolavano in tante lingue diverse.

E’ come quando senti nell’aria quel profumo, quello del piatto forte della trattoria sotto casa, sotto casa che è a migliaia di km, quando ci dicemmo, massi’ è qui a due passi verremo a mangiarci presto, e assieme non ci entrammo mai.

E’ come quando saluti qualcuno che sai non rivedrai per molto tempo, o forse per sempre, perché gli oceani sono profondi e i cieli sono immensi e la vita percorre strade che si incrociano per un tratto e poi si sciolgono, come i lacci di quelle scarpe che io mettevo sempre e che a te non piacevano.

E’ come quando non trovi quella maglia, quella azzurra con la scritta gialla,quella dove hai asciugato le tue lacrime quel pomeriggio di dicembre, e dove l’avrò lasciata mai, a Notts o a Milano, o forse non l’ho portata, massi’ che scema, è nel cassetto dei ricordi con la felpona sgualcita di un amico brasiliano e  la camicia da notte di donna Letizia.

E’ come quando fai pulizia nel cassetto del comodino, e ci ritrovi la carta di un cioccolatino, quelli col cuore che si scioglie, il biglietto di un treno per  Venezia , un accendino a forma di rana e un petalo di rosa rinsecchito e stanco e ti chiedi se queste cose sono le tue perché giacevano in quel cassetto da anni, depositate da te che oggi non sei più il te di ieri.

E’ come quando pensi che non tornerai a volere bene ad una persona ne presto ne tardi, perché forse il bene ti arriva in una quantità limitata, è come un pacchetto di zucchero, un cucchiaio oggi, un cucchiaio domani e lo zucchero finisce, e forse il bene che potevo spendere l’ho dato tutto a te, e adesso sono amara di un retrogusto che neanche il cianuro.

E’ come quando cammini per strada e non piove, ma l’acqua è sospesa in particelle nell’aria, e ti bagna, si condensa su di te che sei caldo del tuo sangue, del tuo camminare senza ombrello perché tanto non piove, mentre pensi a tutte le cose che sono state e non hai capito al momento giusto, e tutte le cose che sono adesso ma sei troppo impegnato per vedere e tutte le cose che saranno ma chissà se sarò io.

1 febbraio 2013

Perchè lei si e noi no??

Stavo mangiando il mio pranzo composto da un leggerissimo rustico stracchino-spinaci-oddiononvogliosapereglialtringredienti quando ho pensato alla prova costume che sembra cosi' lontana ma in realtà ci scruta da dietro l'angolo.

Ultimamente l'immagine che mi torna dallo specchio non è poi cosi' deprimente, c'è stato di peggio, sarà la pallavolo, saranno le pause pranzo dell'ufficio spesso dedicate a frutta e insalatone, sarà che mi sono talmente abituata al rotolino che ormai lo tollero e gli voglio anche un po' bene...fatto sta che pero' il fatto di non vedere costumi e perizoma leopardati in giro per le vetrine mi rincuora e mi fa credere che in fondo c'è ancora tempo per stanare l'addominale assopito, per sigillare il buoco cellulitico, per addensare, quasi fosse un budino, quell'ammasso che pende dal braccio all'altezza dell'ascella.

Ora magari sto un po' esagerando, diciamo che già riuscire ad intervenire un po' sulle cosce e sui glutei basterebbe.
E poi mi sono detta ma perchè? c'è gente che ci campa col culone, che ci fa i soldi.
Una a caso:




Non ho capito perché se questo culone lo porta in giro la KK è tollerato, se a sfoggiarlo è la salumiera della Coop stadio è un obbrobrio...
Perchè non è anche lei una "culona inchiavabile"?
Povera Angela, le hanno affibbiato questo epiteto quando in realtà c'è gente messa peggio che cammina a testa alta per le strade di L.A.
Premesso che a me la Kardashian sta un sacco simpatica, un genio che riesce a fare soldi facendo il NULLA piu' NULLO nella vita, che s'è sposata due volte divorziando in tempi record, una donna da cui dovremmo prendere solo esempio, il culo un po' sproporzionato ce l'ha...non tanto eh, giusto un pochino...
Non capisco perchè lei è un sex simbol e la cassiera della coop un cesso. Non capisco.
E poi perchè lei puo' mangiare il rustico stracchino-spinaci-oddiononvogliosapereglialtringredienti senza sentirsi in colpa mentre io mi sento come se avessi rubato le monetine in chiesa dopo l'offerta??
Fanculo, lunedì assaggio quello con pancetta-zucchine-diociliberideigrassisaturi..alla fine siamo ancora al primo febbraio. C'è tempo per la prova costume, no?

M.





31 gennaio 2013

Io posso vivere senza la NAKED e scintillare ugualmente




Ok ok,  lo so, lo so che il titolo del post potrebbe sembrare un’eresia però datemi il tempo di spiegare ed argomentare, non partite con quell’indice accusatore puntato su di me, no, hey, calme, la possiamo risolvere civilmente…forse.
Premetto, da sempre sono stata appassionata di makeup, da quando facevo le elementari e a carnevale volevo truccare tutti io, e sicuramente da molto prima che il tubo con le varie Cliomakeup e Pixiewoo insegnasse anche alle più impedite  come uscire di casa alle 8.15 con un perfetto smokey  viola-azzurro-giallocanarino sfumato col glitter nero che sta bene a tutte, risalta il colore dei tuoi occhi e lo puoi portare in ufficio con disinvoltura.
Io ho una passione, per le cose belle e ben sfumate, per i piccoli difetti che si possono correggere o enfatizzare, per le ciglia finte usate con moderazione e i glitter che certe volte, anzi sempre, ti risolvono la giornata.
Ho truccato spose, ragazzine per il loro diciottesimo compleanno, amiche al primo appuntamento e coinquiline con velleità da pin-up. Senza considerare tutti i viaggi con le mie amiche di sempre dove devo fare delle maratone ed alla fine quella che esce con un trucco indecente sono io.
Ho vagonate di trucchi in casa, da quelli economici essence a quelli della lancome, passando per tutti i punti intermedi, da kiko a MUA a  layla a debora a rimmel a clinique a chanel a dior a  chissà chi e chissà quando.
Ce li ho tutti. Ho le palette più impensate, dalla pupa alla zoeva  passando per MAC.
Sono un po’ maniaca, e nonostante il mio stipendio non sia esattamente uguale alla diaria di Veronica Lario il soldino per l’acquisto in profumeria lo faccio saltare fuori sempre.
Fatta questa premessa vi dico che : io vivo benissimo senza la Naked della Urban Decay. Si si, avete capito bene, senza la 1 e senza la 2 e qualora dovessero farne anche la 3 campo anche senza quella.
Queste due palette ormai sono diventate un’ossessione, chi non ne possiede almeno una si sente una sfigata colossale, non c’è fashionblogger che non ce l’abbia, non c’è amica incapace col pennello che non sia andata a fare una razzia da Sephora.
Io vi dico che con 2 ombretti mat in croce e una palettina della Zoeva  riuscite a ottenere tutte le tonalità della naked spendendo mooooolto meno e scintillando allo stesso modo sotto le luci artificiali.
Come?
Palette nude shimmer zoeva (direttamente dal sito, vi arriva in due giorni, è fantastica, 16.95 euro);
ombretto MUA  matte eyeshadow nuance 20 e 19; (un nero intenso mat e un bel marrone scuro);
ombretto essence  51  absolutly natural.
Fatto. Avrete speso si  e no 22 euro e la quantità di ombretto che portate a casa è parecchio di più. E tutti i makeup ottenibili dalle naked si possono ottenere con questi ombretti, dove il nero e il marrone possono essere anche di Kiko o di essence, io ho questi della MUA che ho preso in Inghilterra pagati ben 1 pound l’uno.

Pero’ il primer potion non si tocca. Un doppione bello resistente non l’hanno ancora inventato. Come tiene botta lui, nessuno mai.

M.

Scivola vai via


E poi mi viene voglia di scriverti una mail.
Così dal nulla. 
Sono in ufficio, fra un RMSE che non mi piace, un collega che parla dei Teletubbies e una penna che fa le bizze e guardando fuori dalla finestra, con questo cielo bianco latte penso a te.

E non dovrei, perché ho altro a cui pensare, perché il tuo tempo è finito, perché mi hanno detto che presto ti sposerai. Anzi  mi hanno detto nell'ordine sei sola, siediti, bevi, lo sai che si sposa?stai bene? Manu perchè non ti sento piu'?

Eppure penso a te.

Potrei citare Battisti ma non sarebbe adeguato, so esattamente con chi sei, so che cosa fai e sono sicura tu non mi stia pensando.
Però mi viene voglia di sentirti, di mandarti un messaggino carino, di quelli che ti fanno ridere fino alle lacrime, perché era questo l’effetto che ti facevo nemmeno un anno fa, quando lei era lontana e io ero lì pronta ad ascoltarti e a chiederti il bacino del buongiorno e quando tu mi mettevi le mani nei capelli perché sapevi l’effetto che avrebbe avuto.
E quando mi hai chiesto se odiassi di più Natale, San Valentino o il mio compleanno, e io impassibile ti ho stilato una classifica ragionata e motivata, quando invece avrei voluto dirti che quell’anno non avevo odiato niente, semplicemente non ci avevo fatto caso, perché tu eri lì con me.
Sono passate le stagioni e nessuno mi ha scompigliato lo chignon come facevi tu, o detto che la mia borsa è terribilmente anni ottanta.  Nessuno mi ha fatto ridere fingendosi sensuale e nessuno si è ingelosito per cuori mandati random su skype.

Chissà se mi chiami prima del fatidico giorno per dirmelo. Chissà se ti ricordi del fruttivendolo che c’ha preso per innamorati. Chissà se ci pensi alla mia bocca sul tuo collo.

E la gente continua a parlarmi di te come se dovesse importarmi, come se avere tue nuove sia la cosa a cui anelo di più.

Forse è così ma tu non lo devi sapere. 
Ma no, non è cosi’.

Scusa è tardi, e penso a te.
M.

30 gennaio 2013

Nice to meet you B


All’ alba dei miei ventisette anni mi sono accorta di essere una tra le poche al mondo a non avere un blog.
Giracchiando per la rete mi sono sentita improvvisamente così out of fashion, così vecchia, così classica nel mio tendere a esporre il mio pensiero in modo standard.
Ormai magari è anche tardi per questa forma di espressione, insomma, è da un decennio ormai che ci tediano con blog su qualsiasi argomento, dalla comune cucina, al makeup per coprire l’impossibile, alla salvaguardia del bambù , i viaggi estremi, gente annoiata ed egocentrica, cesse a molla che si credono super guru del fashion e ci tediano con accostamenti che neanche Serena Van der Woodsen oserebbe mai (con due metri di coscia).
Io penso che il mondo deve sapere quello che partorisce questa mente perversa che mi ritrovo, non solo chi è suo malgrado dove sono io, anche chi è lontano, anche chi non incontrerò mai deve aiutarmi in questa condivisione di idee, commenti, opinioni che ogni santo giorno mi martellano il cervello.
Mentre pensavo ad una degna introduzione, ad un primo post accattivante per spaccare mi sono ricordata che invece si che ce l’avevo un blog, e ci scrivevo anche spessissimo quando ero più giovine, ma ormai giaceva abbandonato nei meandri della rete, rintracciabile chissà come…
Era uno di quegli spazi messi a disposizione da MSN, dove dal 2006 al 2009 ho scritto cose carine, anche brillanti a tratti, sicuramente frutto di una giovine studentessa di ingegneria che ogni tanto voleva ricordarsi di come si scrivesse in italiano. Ebbene questi blog sono stati chiusi!
Da quello che ho capito nel 2011 hanno mandato una mail a tutti quelli che ne possedevano uno, chiedendogli di spostarli su wordpress e chi non l’ha fatto entro le scadenze ha visto tutti i suoi scritti andare al macero…o l’equivalente virtuale.
Ci sono rimasta così male che per poco non piangevo in ufficio.  No dico sul serio…tutte quelle note carine, i commenti del mio periodo in Erasmus, le impressioni dei primi anni lontani da casa… un’altra vita che sembra così lontana, però era la mia ed è andata in fumo.
Quindi qui lo dico: caro blogspot se dovessi mai decidere di chiudere tutto, baracca e burattini, please avvisami perché ho intenzione di scrivere tanto qui, scrivere di tutto, dalle ricette, al makeup, ai viaggi, all’egocentrismo, al fashion, e poi magari un giorno mi stancherò e vorrò tenermi di nuovo tutto dentro potendo ripescare dal passato rileggendo da queste pagine.
Ah si mi chiamo Manu, sono un ingegnere forse atipico, adoro i glitter (so che puo’ sembrare incompatibile col titolo di studio ma vi dico che si può fare, so' atipica),  gioco a pallavolo, cucino dolci che non mangio e che regalo puntualmente, adoro la musica, tutta, adoro il makeup, non tutto, non sono mai stata capace di dare una forma ai mie capelli più mille altre cose che pian piano vi dirò. Se mi seguirete.
M.