27 marzo 2013

Primo amore



Si vorrebbe sempre essere: essere stati, mai. 

E ci ripugna di non poter vivere contemporaneamente in due luoghi, quando e l’uno e l’altro vivono nel nostro pensiero, anzi nel nostro sistema nervoso: nel nostro corpo… possiamo infatti metterci in viaggio. 

Ma mentre la meta si avvicina e diventa reale, il luogo di partenza si allontana e sostituisce la meta nell’irrealtà dei ricordi; guadagnamo una, e perdiamo l’altro. La lontananza è in noi, vera condizione umana… Laggiù si sognava la patria, come dalla patria si sogna l’estero. 

Ma il primo grande viaggio lascia nei giovani, di qualunque levatura e sensibilità, un dissidio che le abitudini non possono comporre; precisa l’idea degli oceani, dei porti, dei distacchi; 
crea quasi, nella mente, una nuova forma, una nuova categoria: la categoria della lontananza; la considerazione, ormai, di tutte le terre lontane. 

È forse un vizio.

 Chi è stato in Cina vorrebbe provare l’Argentina, il Transvaal, l’Alaska. Chi è stato al Messico si commuove anche quando sente parlare dell’India, dell’Australia, della Cina. 
Questi nomi, una volta al più colorate e melanconiche geografie, sono ora possibili, reali, affascinanti. 

Chi ha provato la lontananza difficilmente ne perde il gusto. Il primo viaggio, la prima sera che il novo-peregrin è in cammino, nasce la nostalgia, per sempre.

 Ed è il desiderio di tornare non soltanto in patria; ma dappertutto: dove si è stati e dove non si è stati. 
Due grandi direzioni si alternano: verso casa, verso fuori… Non capisce, forse, non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre.

M. Soldati

26 marzo 2013

Millisecondi


E’ capitato a tutti.

Mandi un SMS, un messaggino carino su WhatsApp e aspetti. Fai finta di essere preso da altro, ti metti a lavorare, chiacchieri col collega, se sei a casa ti butti in doccia e lasci il balsamo in posa meno dei 5 minuti previsti perché devi correre al telefono, perché devi controllare che la tanto anelata risposta sia giunta.

Poi la risposta non c’è ed hai pure i capelli crespi.

Oppure se la risposta c’è è sicuramente qualcuno che rompe le balle. Mai chi speravi che fosse.

Non abbiamo più l’età per cui possiamo misurare l’interesse degli altri nei nostri confronti in base ai millisecondi di risposta ad un messaggino… eppure è quello che facciamo, come i quindicenni.

E anche se ti ho scritto una cavolata, un banalissimo “come stai?” che sottende un ben più profondo “bruttostronzocheogginonmihaicagatavedichemitoccafaretidevocagareiocavoliquantomimanchi”, muovi quelle dita e rispondimi.

Come quando ti chiamo per chiederti se ho lasciato da te l’elastico dei capelli grigio (si proprio lui, quello senza il quale è impossibile sopravvivere!!), oppure quando ti scrivo una mail per chiederti se il 101 ferma in autostazione (ti scrivo una mail e non posso controllare su internet le sue fermate, mi pare ovvio!!).

Come puoi non capire quello che c’è dietro ad un messaggio finto casuale, come si può ignorare l’urlo che dice chiaramente che anche se oggi corre veloce e  tu non hai tempo, e i libri ti assalgono e chissà che mangi a pranzo io sono qui e penso a te.

E devo dirtelo.
Devo fartelo capire che ci sono e che voglio fare parte della tua giornata.
Anche con una cavolata.
Anche mandandoti un link senza commenti ad una canzone stupida.
Anche inviandoti un cuore su WhatsApp senza altre parole da aggiungere.

Ed è brutto fare proporzioni poco romantiche e tanto ingegneristiche sui tempi di risposta alle nostre email e quello che viviamo…però la morsa allo stomaco viene a tutti dopo 5 minuti di silenzio, no?
Panico, ansia, chissà che sta facendo, lo sapevo che quella stronza ci provava, questa è la volta buona che ti mando a cagare.

Cazzo rispondi.

Anche perché io in bilico sul 36 con due buste della Coop a fare da contrappeso, il borsone della pallavolo e i tacchi riesco ad estrarre il telefono dalla borsa e rispondere a te che mi chiami perché non sai accendere il forno.
Dopo che ti ho spiegato solo 15 volte come fare.

25 marzo 2013

Waiting to be transcended






Sixsmith, salgo i gradini dello Scott Monument ogni mattina, e tutto diventa chiaro. 
Vorrei poterti far vedere tutta questa luminosità... non preoccuparti, va tutto bene, va tutto così perfettamente maledettamente bene. 
Capisco ora che i confini tra rumore e suono sono convenzioni. 
Tutti i confini sono convenzioni, in attesa di essere superate
si può superare qualunque convenzione, solo se prima si può concepire di poterlo fare.
In momenti come questi, sento chiaramente battere il tuo cuore come sento il mio, e so che la separazione è un’illusione. 
La mia vita si estende ben oltre i limiti di me stesso.

R.F. Cloud Atlas

18 marzo 2013

Io, Biancaneve e Freddy Krueger



Hai presente quando non riesci a fare nulla, la testa è annebbiata, sbiascichi delle parole sperando che la gente attorno a te ti comprenda, ridi come un ebete pensando a chissà che momento del passato, hai gli occhi a cuoricino, compri cioccolata per i colleghi che ti sono sempre stati sulle palle, fai favori a destra e manca, organizzi cene dove cucini per mille persone e ridi tanto tanto e non capisci manco cosa ti sta accadendo?

E hai presente quando sei incazzata come una iena (che poi saranno così incazzate ste iene, ridono sempre), dai la scossa a tutti, rispondi male agli ambulanti per strada, un ragno ti punge e muore avvelenato, il tuo capo non osa parlarti perché teme il tuo furore, la tua coinquilina si chiude a chiave in camera quando ti sente tornare per evitare di finire a pezzetti nel pattume, manco tu fossi Hannibal Lecter?

Questa sono io da due settimane. Facciamo anche un mese và. Anzi due.

Il problema è che l’alternarsi dei due mostri non è settimanale / mensile,  è così repentino da destabilizzare tutti quelli attorno a me. La mattina mi sveglio Madre Teresa di Calcutta, alle 11 sono Jack lo squartatore. A pranzo faccio sembrare Biancaneve una stronza, al caffè la santa inquisizione mi fa un baffo.
Per non parlare dei pomeriggi interminabili al lavoro davanti ad un pc dove gli sbalzi sono così veloci da non riuscire manco a manifestarsi appieno. Il mio collega ha davvero paura di me, glielo leggo negli occhi.

E’ tutto incomprensibile e rapido. Come la neve che cade oggi. Come i 20 gradi che c’erano ieri. E sarà l’essere meteoropatica che non aiuta ma non ci sto capendo niente.

O forse si, qualcosa sto capendo ma faccio finta di essere sorda-cieca-muta per far passare il momento, per dire a me stessa che non può accadermi di nuovo che è come se fosse la prima volta, che la primavera non può  rincoglionirmi a questo modo, e che ormai sono vecchia per poter avere le paturnie pensando a te.

E invece l’unica cosa che vorrei fare è stare accoccolata nel tuo abbraccio sul mio divano, cucinare per te quelle cose che non hai mai assaggiato, mettere le mani nei tuoi capelli e sussurrarti che oggi non è male, ma domani sarà meglio.
E che se casa è lontana, se le sfighe ti perseguitano, se l’italiano non aiuta la soluzione la si può trovare assieme, io ci sono e nel mio piccolo posso darti tutto quello che ti serve ora ed anche quello che non ti serve.

Perché lo so.

Perché c’è chimica.

Perché quando c’è lo sciopero degli autobus penso a come avrai fatto a raggiungere la facoltà in tempo, mentre io arrivo in ritardo a lavoro.

Perché mi piaci in quel modo che è da bambina di 5 anni, ma che male c’è a farsi piacere qualcuno così?

Perché mi ricordo i tuoi occhi su di me quando quella sera mi hai detto che ero bellissima e che tutti mi guardavano, con un lampo di gelosia. E poi abbiamo litigato.

Perché se dormo 4 ore a notte perché parlo al telefono con te la mattina mi sveglio sorridendo.

Perché quando mi rimproveri per una stronzata che ho fatto abbasso le orecchie e scodinzolo.

Perché farmi un’ora di autobus per vederti 5 minuti non mi pesa.

Perché stare tre ore davanti ai fornelli per cucinare cose complicatissime per te è pura gioia.

Perché mi hai detto che quando uno è innamorato fa cose stupide, e non deve reprimerle.

E anche se non so cos’è che voglio, e se tu vuoi, e se è fattibile, e se è amicizia, forse meno, forse più , quando sto con te scordo tutto.

Quindi questo altalenarsi di mostri che coabitano nel condominio che ospito nella mia testa continuerà a farsi vivo, ad affacciarsi dai miei occhi, affinché  tu lo possa vedere,  facendosi vedere anche dagli altri che magari non gradiscono/capiscono ma non riesco a fermarlo.

E posso dare la colpa al meteo, alla primavera, al lavoro, alle cazzate e alle cose serie che ogni giorno mi capitano e mi danno da lavorare, da chiudere gli occhi, da rimuginare,  ma so che una buona parte delle mie paturnie deriva da questo senso di incertezza, da questo dubbio che mi tiene sveglia la notte e che riguarda te.

In questo momento chiudo il post e sono tutta in love.
Non provate a chiamarmi fra cinque minuti, potrebbe rispondervi il mio amico Freddy Krueger.

M.

4 marzo 2013

E' come


E’ come quando sei perso in un posto dove vivi da tempo, e ti dirigi verso una direzione perché sai che dopo poco apparirà quell’insegna, quell’angolo che hai già visto, quell’edificio che non ti è mai piaciuto perché è così moderno e pieno di ferro, e non si intona all’isolato ma che ti spiana la strada verso casa.

E’ come quando vedi quella foglia rossa d’autunno sul tergicristalli di un’auto scassata, e ti ricordi di quel  fine settimana  nel sud della Francia, che si era in tanti e si rideva e si beveva vino, mentre novembre entrava fregandosene delle porte e le parole si mescolavano in tante lingue diverse.

E’ come quando senti nell’aria quel profumo, quello del piatto forte della trattoria sotto casa, sotto casa che è a migliaia di km, quando ci dicemmo, massi’ è qui a due passi verremo a mangiarci presto, e assieme non ci entrammo mai.

E’ come quando saluti qualcuno che sai non rivedrai per molto tempo, o forse per sempre, perché gli oceani sono profondi e i cieli sono immensi e la vita percorre strade che si incrociano per un tratto e poi si sciolgono, come i lacci di quelle scarpe che io mettevo sempre e che a te non piacevano.

E’ come quando non trovi quella maglia, quella azzurra con la scritta gialla,quella dove hai asciugato le tue lacrime quel pomeriggio di dicembre, e dove l’avrò lasciata mai, a Notts o a Milano, o forse non l’ho portata, massi’ che scema, è nel cassetto dei ricordi con la felpona sgualcita di un amico brasiliano e  la camicia da notte di donna Letizia.

E’ come quando fai pulizia nel cassetto del comodino, e ci ritrovi la carta di un cioccolatino, quelli col cuore che si scioglie, il biglietto di un treno per  Venezia , un accendino a forma di rana e un petalo di rosa rinsecchito e stanco e ti chiedi se queste cose sono le tue perché giacevano in quel cassetto da anni, depositate da te che oggi non sei più il te di ieri.

E’ come quando pensi che non tornerai a volere bene ad una persona ne presto ne tardi, perché forse il bene ti arriva in una quantità limitata, è come un pacchetto di zucchero, un cucchiaio oggi, un cucchiaio domani e lo zucchero finisce, e forse il bene che potevo spendere l’ho dato tutto a te, e adesso sono amara di un retrogusto che neanche il cianuro.

E’ come quando cammini per strada e non piove, ma l’acqua è sospesa in particelle nell’aria, e ti bagna, si condensa su di te che sei caldo del tuo sangue, del tuo camminare senza ombrello perché tanto non piove, mentre pensi a tutte le cose che sono state e non hai capito al momento giusto, e tutte le cose che sono adesso ma sei troppo impegnato per vedere e tutte le cose che saranno ma chissà se sarò io.